Mozart, la sintesi del sacro

Musicali Affetti, eleganza e dolcezza nella Messa breve
I Polifonici Vicentini confermano stile e compattezza
di Cesare Galla da Il Giornale di Vicenza di Domenica 8 Gennaio 2006

Vicenza. Con lo sguardo costantemente rivolto altrove, fuori dalle mura della natìa Salisburgo, ansioso com’era di scenari più importanti per le sue aspirazioni artistiche, Mozart, fra i 15 e i 25 anni, dovette assoggettarsi quasi sempre alla routine di un ruolo subalterno. Ne faceva parte, in particolare, la composizione della musica sacra necessaria alle celebrazioni di Hieronymus Colloredo, arcivescovo-principe della piccola città austriaca. Questo personaggio cruciale per le vicende del compositore aveva fra l’altro radicalmente sveltito i tempi delle liturgie nel duomo salisburghese: una messa non doveva durare più di tre quarti d’ora, comprese le musiche. Tempi simili a quelli odierni, per situazioni ben lontane dai fasti cerimoniali ereditati dalla Controriforma. Tempi che imponevano ai compositori di essere succinti fino ai limiti dell’approssimazione, che richiedevano di “tirare via” senza indugiare sui luoghi testuali tradizionalmente indicati per essere vetrina della dottrina e dell’arte di un maestro di cappella.
A questa ferrea logica “di consumo” risponde un’ampia serie di “Messe brevi” mozartiane, nelle quali il genio deve fare i conti con le regole dettate da un “padrone” che di genialità non sapeva che farsene. Sono composizioni nelle quali la stringatezza impedisce ogni possibilità di articolazione espressiva: in genere lo strumentale non è povero (sempre del resto in linea con le possibilità della Cappella salisburghese), né l’invenzione melodica banale, ma la necessità di far correre il testo dà una sensazione di costante “abbozzo”.
Nella Messa K. 220, ascoltata l’altra sera a Santa Corona dai Musicali Affetti di Fabio Missaggia con i Polifonici Vicentini di Pierluigi Comparin, il salisburghese rinuncia ad esempio ad ogni pur minima connotazione polifonica, contrappuntistica, con questo scegliendo una strada “profana” che forse non piacque molto all’iroso Colloredo. Questa Messa è così intessuta di tante cellule melodiche quasi mai sviluppate, condotte con linee uniformi e mobili solo per quanto riguarda l’interna possibilità espressiva del canto o dello strumentale.
C’è eleganza, per quanto frettolosa, e Missaggia l’ha pazientemente portata allo scoperto con un fraseggio sensibile e ben stagliato, con la ricerca di un suono misurato e composto, pronto a distendersi in dolcezza non appena l’invenzione lo accenna (avviene praticamente solo nell’Et Incarnatus del Credo, anche se stiamo parlando di poche battute in un pezzo che non supera di molto i tre minuti). Il coro di Comparin si è mosso con trasparente compattezza, facendo dell’omogeneità postulata dallo stile della composizione non un fine ma un mezzo espressivo per esaltare quanto più possibile la linea di canto all’interno della melodia. I frammentari e minimi interventi dei solisti, che sarebbero stati affidabili anche a componenti del coro, che in questa situazione hanno visto proporsi il soprano Lia Serafini, il mezzosoprano Elena Biscuola, il tenore Vincenzo Di Donato e il basso Walter Testolin.
A Santa Corona, affollata per l’ormai tradizionale concerto dell’Epifania della Circoscrizione 1, la serata si era aperta con una pagina sacra celebre quanto l’altra è rara da ascoltarsi oggi, il Gloria di Antonio Vivaldi. Non una composizione “brevis”, questa, anzi. La forma tipicamente italiana prevede qui una successione di pezzi solistici (per soprano e mezzosoprano) e corali, a definire versetto dopo versetto un’architettura sontuosamente barocca, dai profondi contrasti di “affetto”, scolpita in effervescente vitalità ritmica.
Ne ha dato conto con brillantezza e calore magnificamente “veneziani” Fabio Missaggia, che ha sciolto tempi molto sostenuti, laddove necessario, resi preziosi peraltro dalla precisione dello strumentale, non rinunciando alla dolcezza pensosa e patetica delle pagine più meditative (Et in terra pax; Domine Deus, Agnus Dei). Agile e corposo il coro di Isola Vicentina, che predilige un’emissione ricca e plastica, e la sa modellare con sveltezza quando il contesto è asciutto, trascinante, rendendola morbida e ricca nei passaggi lenti. Soliste erano Lia Serafini - limpida nel timbro e come sempre elegante nella linea di canto - ed Elena Biscuola, a sua volta musicale ma non del tutto a suo agio nella coloratura.
Accoglienze molto calorose, per bis il Credo mozartiano.

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